L'ossessione dello Zimbabwe per la Corea del nord
La terribile delusione del presidente Mugabe
La delusione del presidente Robert Mugabe è terribile. Il fallimento del voto di marzo, che mai avrebbe potuto pensare di perdere contro i suoi oppositori, è anche il fallimento della sua ossessione trentennale: il modello di controllo totale da parte dello stato, fin nelle menti dei cittadini, importato dalla Corea del nord.

La delusione del presidente Robert Mugabe è terribile. Il fallimento del voto di marzo, che mai avrebbe potuto pensare di perdere contro i suoi oppositori, è anche il fallimento della sua ossessione trentennale: il modello di controllo totale da parte dello stato, fin nelle menti dei cittadini, importato dalla Corea del nord. La precipitosa campagna di violenze che ha subito scatenato contro i suoi oppositori – torture, stupri, intimidazioni e assassini a colpi di machete secondo la nuova tradizione politica centrafricana – è il segno che il modello Pongyang a cui Mugabe lavora con scienza e violenza fin dagli anni Settanta è ormai collassato. Del resto il consenso popolare ora è in crisi persino nelle campagne, tradizionale bacino d’utenza per il suo partito unico, e non sarà il lavoro di quantità fatto in questi giorni dalle sue squadracce a riportarglielo.
Il “nostro caro leader” – come lo chiamano con deferenza in Zimbabwe – è sempre stato un ammiratore dell’altro Caro Leader in Asia, Kim il Sung, il presidente per l’eternità” della Corea del nord ( è scritto nella costituzione e nemmeno il figlio Kim Jong Il, ora al potere, ha mai osato attribuirsi il titolo). Soprattutto, Mugabe è seguace del sistema filosofico di folle autarchia ideato dal dittatore nordcoreano, il Juche: “l’appoggiarsi soltanto su se stessi”. Kim lo annunciò al mondo nel 1972, poco prima di tagliare quasi tutte le relazioni commerciali con l’estero e di autocondonarsi i debiti con gli altri paesi. “L’Uomo è signore di tutto e decide tutto – sostiene il Juche – e l’opera più importante della rivoluzione è rimodellare ideologicamente la testa della gente e farne persone leali al Partito e al Leader”. Proprio il manuale scritto di pugno dal Kim Il Sung è il libro tenuto sempre aperto sulla scrivanie di Mugabe, che ovviamente sperava di diventare anche lui “presidente per l’eternità”. “Tutto, qui nello Zimbabwe – ha detto l’anno scorso – è associato con i grandi successi di Kim Il Sung”. E tutti, alla sua corte – si dice a Harare –, si sono studiati il libro per capire sempre in che direzione muoversi.
Tra il paese africano e il regime di Pongyang non c’è soltanto affinità di pensiero. Mugabe si è rivolto alla Corea fin dagli anni Settanta, quando il movimento di guerriglia rivale, lo Zapu guidato da John Nkomo, era allineato con il Congresso nazionale africano del Sud Africa e quindi con il blocco sovietico. Lo Zanu di Mugabe, in cerca di sponsor, era costretto a rivolgersi per finanziamenti e armi a Cina e Corea del nord. Quando lo Zimbabwe divenne indipendente, nel 1980, anche i coreani si concessero una breccia strategica nel loro isolamento autoimposto, per avere una testa di ponte sul continente africano, o meglio, su un continente qualsiasi. Harare divenne l’obiettivo diplomatico più ambizioso del regime asiatico. Nell’agosto del 1981 centinaia di istruttori furono spediti in Africa ad addestrare la Quinta Brigata, un reparto incaricato di soffocare senza pietà le manifestazioni politiche e di dare la caccia ai dissidenti. I soldati si distinguevano da tutto il resto dell’esercito per i loro berretti rossi, avevano codici radio diversi, indecifrabili alle altre unità, jeep coreane – che però nella selva africana finirono presto a pezzi – e, soprattutto, rispondevano soltanto al presidente ed erano state indottrinate con feroce stile politico coreano a essere leali soltanto a lui.
Mugabe era affascinato dagli istruttori mandati da Kim Il Sung. Non soltanto dalle loro qualità guerresche, ma soprattutto dalla abilità nel lavaggio del cervello, la tecnica manipolatoria provata così tante volte sui prigionieri americani e inglesi durante la guerra di Corea. La regola base del lavaggio del cervello è questa: è possibile con un trauma fortissimo rompere la personalità di un prigioniero, per poi rimodellarla a proprio piacimento: tortura, umiliazione permanente, isolamento, sono il passo preliminare per alterare le idee delle vittime fino a quando non diventano “più accettabili”. Mugabe non perse tempo per mettere in pratica la nuova lezione, sulla sua nazione: a metà degli anni Ottanta, ordinò ai Berretti Rossi di cominciare la repressione nel Matabeland, la ricca zona sud occidentale del paese, poco recettiva con la regola del partito unico imposta dal centro. Avevano votato in modo sbagliato. Come disse Mugabe, “Dovevano essere riorientati”. Morirono ventimila persone. Per i sopravvissuti, lavaggio del cervello su vasta scala: costretti a eseguire le torture e gli omicidi sui familiari, costretti ad autoaccusarsi, costretti a cantare le canzoni del partito durante gli atti più atroci. Quando gli uomini di Mugabe abbandonarono la provincia, si lasciarono alle spalle soltanto cadaveri e complici.
L’ossessione coreana di Mugabe ha invaso tutti i campi della vita del paese. I giornali spiegano e lodano il Juche; nel centro della capitale torreggia l’Acro degli Eroi, un monumento al partito, granito in stile sovietico per 140 acri con al centro un obelisco (ovviamente progettato in Corea). Pure il disastro economico del paese, l’inflazione al centomila per cento, i rotoli di carta igienica venduti nei supermercati a 140.000 dollari, sono il risultato del postulato di onnipotenza Juche-mugabiana: “Anche l’economia è soggetta al volere dell’Uomo signore di tutto”. Non funziona. La caccia ai proprietari terrieri bianchi, che ormai non erano più una minaccia ma erano ancora classe produttiva, l’isolamento e la corruzione hanno devastato un paese che vent’anni fa era considerato il granaio africano, esportatore di bestiame e di prodotti alimentari per tutti i vicini. Eppure, rimpiange Mugabe, non gli è mai riuscito di imporre al suo popolo la perfezione millimetrica di quelle coreografie da stadio e il senso di controllo totale su tutto che lo accolgono in ogni suo viaggio in Corea. La crisi alimentare e le morti per fame, quelle sono state replicate.